Rubber Soul

RubberSoul_1

Il disco

Nella discografia dei Beatles, Rubber Soul è considerato uno degli album più curati sul piano tecnico e uno dei più innovativi dal punto di vista musicale, e c’è chi vi ravvisa il raggiungimento della maturità artistica del gruppo inglese. Ritenuto l’anello di raccordo fra la musica pop di Help! e lo sperimentalismo di Revolver, Rubber Soul rappresenta indiscutibilmente un salto di qualità nella produzione beatlesiana per la maggiore ricchezza e pienezza del suono ma anche perché i quattro Beatles cominciavano in quel periodo ad acquisire maggiore consapevolezza e coinvolgimento delle fasi tecniche di registrazione e di missaggio.
L’album fu registrato nell’autunno del 1965 in sole quattro settimane, al termine di un tour negli Stati Uniti apertosi il 15 agosto di quell’anno con la storica esibizione allo Shea Stadium di New York. A soli quattro mesi dall’uscita di Help! fu pubblicato nel Regno Unito, in tempo per le festività natalizie, il 3 dicembre, contemporaneamente al singolo We Can Work It Out / Day Tripper, facendo ottenere così al gruppo, per il terzo anno consecutivo, il primo posto nella classifica delle vendite natalizie di dischi sia a 33 che a 45 giri. Paul contribuì a rendere il suono più pieno e ricco sostituendo in studio di registrazione il fidato Höfner – che avrebbe continuato a utilizzare nelle esibizioni dal vivo – con un basso Rickenbacker appositamente costruito per mancini. Per Rubber Soul furono utilizzate tecniche di registrazione innovative, poi evolutesi nelle moderne forme di missaggio elettronico e digitale.
Il fenomeno della beatlemania nel 1965 stava già iniziando a mostrare la corda e i Beatles erano davanti al bivio se continuare con canzoni dai contenuti adolescenziali (ma con il rischio di essere surclassati entro poco tempo) o evolvere verso sonorità più mature, tralasciando i contenuti precedenti. L’operazione era stata tentata talvolta senza successo da molti altri complessi prima e dopo di loro, ma i Beatles con Rubber Soul grazie a una serie di splendide canzoni, riuscirono egregiamente nell’intento. L’album, infatti, è spesso indicato dai critici musicali come l’opera nella quale le tipiche sonorità beat frizzanti dei primi Beatles cominciarono ad evolversi nel pop rock eclettico della loro maturità; sono inoltre evidenti influenze musicali folk rock dovute ad artisti contemporanei, quali Bob Dylan e i Byrds. Anche nei testi avviene una trasformazione; dalla monotematicità dei lavori beatlesiani precedenti, incentrati sul tema quasi esclusivo dell’amore romantico-adolescenziale, si passa a una varietà lirica in cui cominciano ad apparire temi meno stereotipati quali il sesso, le avventure extraconiugali, la gelosia ossessiva (con minaccia di morte), l’incertezza esistenziale, la nostalgia della giovinezza. Questo arricchimento tematico rappresentò uno stadio della maturazione artistica del gruppo e allo stesso tempo una necessità indotta dall’evoluzione del panorama musicale del rock, specialmente con le innovazioni liriche introdotte oltreoceano da Dylan in Like a Rolling Stone e in Subterranean Homesick Blues, ma elaborate anche da gruppi britannici come i Kinks e gli Animals

I brani

Sebbene John Lennon e Paul McCartney siano formalmente accreditati come coautori di tutti i loro brani, come sempre è piuttosto facile capire a quale dei due compositori attribuire la paternità effettiva, o principale, di ciascuna canzone. A Lennon si devono Norwegian Wood (This Bird Has Flown), una classica ballata che, sullo sfondo dei languidi accordi sviluppati al sitar da George Harrison, parla di avventure extraconiugali; Nowhere Man (in cui l’autore cerca di raccontare i propri tormenti interiori; si tratta infatti della prima canzone dei Beatles ad affrontare un tema diverso dall’amore romantico), la struggente ballata Girl e la meno fortunata Run For Your Life, motivo articolato quasi su un ritmo country, che lo stesso Lennon ammise in seguito di trovare “odiosa”[18]. Fra i veri capolavori dell’album è senz’altro da citare In My Life, scritta sempre da Lennon durante un viaggio in autobus da casa sua verso il centro di Liverpool. In questa canzone si intravedono i primi segni di carattere nostalgico che in seguito caratterizzeranno la particolare geografia beatlesiana, ripercorribile fra la Penny Lane e i campi di fragole di Strawberry Fields Forever.

Di Paul McCartney, invece, sono l’accattivante rock di Drive My Car e la coppia You Won’t See Me e I’m Looking Through You, che testimonia secondo molti il periodo di crisi affettiva del bassista dei Beatles con la fidanzata storica Jane Asher. A McCartney si deve anche quello che è probabilmente il brano più celebre dell’album, Michelle, in cui piacevoli e malinconici giri di accordi accompagnano un testo da love song arricchito dall’espediente romantico di versi in francese. La canzone The Word fu dichiaratamente scritta in coppia da McCartney e Lennon e si può leggere tra il tema dell’amore adolescenziale espresso nel periodo precedente e quello universale della maturità. What Goes On, presumibilmente composta da McCartney, è cantata da Ringo Starr; Think for Yourself e If I Needed Someone, invece, sono scritte e interpretate – quasi in veste di solista – da George Harrison.

 

Drive My Car

L’album si apre con un rock vigoroso e serrato che vede in avvio un breve e graffiante assolo di chitarra, seguito da una batteria energica che introduce la voce solista di McCartney e gli altri strumenti a supporto.
Paul aveva in mente la melodia della canzone ma non riusciva ad andare avanti con brandelli di un testo ovvio e sfruttato che ruotava attorno a una ragazza di facili costumi a cui offrire “Golden rings”, espressione che avrebbe portato a far rima con “anything”, con deprimenti prospettive. John, investito del problema, ebbe il compito di raddrizzare la situazione, e suggerì al socio la sostituzione del melenso “Golden rings” con l’irriverente “Drive my car”, una perifrasi che nell’ambiente del blues alludeva al sesso, e così la composizione del testo, che vede sottintesi sessuali e inattesi mutamenti di prospettiva, procedette liscia e sicura senza peraltro deviare dalle intenzioni originarie di Paul, come egli stesso avrebbe detto.
George Harrison, avendo intravisto delle analogie con Respect di Otis Redding, contribuì alla elaborazione della parte musicale indicando alcune soluzioni delle linee della chitarra e del basso che divennero elementi distintivi del pezzo. La registrazione ebbe luogo il 13 ottobre, e dei quattro nastri il migliore fu ritenuto l’ultimo, sul quale furono effettuate delle sovraincisioni. Quella seduta apparentemente ordinaria costituì una novità nelle abitudini del gruppo e dello staff dello studio, dal momento che fu la prima che oltrepassò la mezzanotte – fatto che col tempo sarebbe divenuto la normalità.

Norwegian Wood

Norwegian Wood (This Bird Has Flown), pezzo insolitamente strutturato in tempo composto, fu abbozzato da John mentre si trovava in vacanza in Svizzera[. Ma, a lavoro terminato, controversa risulta l’attribuzione di paternità del brano. Probabilmente, considerate le rispettive caratteristiche compositive, si può parlare di una composizione che vede il duo Lennon-McCartney lavorare di concerto. Sono di Lennon le due parti melodiche in maggiore che aprono e chiudono il brano, appartiene allo stile di Paul la parte mediana in minore. Il testo, che richiama Spanish Harem Incident di Dylan con i suoi indiretti riferimenti a un’avventura amorosa, tratteggia un fallito rapporto fisico con una donna – ma la relazione extraconiugale di John con una giornalista che ispirò la composizione si risolse nella realtà in maniera diversa – e parte dallo spunto lennoniano “I once had a girl / Or should I say, she once had me”; dopo le prime difficoltà a decollare vide i due autori avviarsi con scioltezza supportandosi vicendevolmente, con John che tracciava il canovaccio e Paul che integrava gli spunti del compagno. Fu – e non sarebbe stato l’ultimo – un testo che si scrisse da sé[27] e di cui certi frammenti si ispirano, secondo alcuni, a episodi di vita vissuta di Lennon. Racconta Pete Shotton che quando all’inizio del 1960 John viveva con Stu Sutcliffe nella casa di Gambier Terrace, talvolta dormì nella vasca da bagno dell’appartamento (“[I] crawled off to sleep in the bath”) e bruciò alcuni mobili nel camino (“so I lit a fire”).Norwegian Wood fu la prima creazione dei Beatles in cui fece la comparsa il sitar. Durante la lavorazione del film Help! i Beatles girarono una scena nella quale alcuni musicisti indiani suonavano i loro strumenti tipici. George Harrison era rimasto affascinato dalle particolari sonorità esotiche del sitar, aveva iniziato a strimpellarlo e ne aveva imparato le basi sotto la guida di Ayana Deva Angadi (fondatore dell’Asian Music Circle di Londra), tanto da essere in grado di suonare, dietro suggerimento di Lennon, una linea non troppo elaborata nella canzone. Il brano fece da battistrada all’uso dello strumento indiano, che l’anno successivo sarebbe stato suonato da musicisti come Jimmy Page, Brian Jones (in Paint It, Black), Donovan (Sunshine Superman); imitato dalla chitarra di Jeff Beck (Shapes of Things) e assunto da gruppi quali i Kinks, i Byrds e gli Hollies.
Il brano fu messo su nastro nelle sedute del 12 e del 21 ottobre. Nella seconda data il pezzo subì il rifacimento, tuttavia già il primo take del 12 ottobreevidenzia che ormai Norwegian Wood era prossima alla sua versione definitiva. In studio, la registrazione dello strumento indiano causò notevoli problemi di distorsione, a quel tempo difficilmente risolvibili in assenza di accorgimenti tecnici appropriati di là da venire.

You Won’t See Me

Paul affida a un motivetto godibile la risposta alla fidanzata Jane Asher che negli ultimi tempi lo aveva più volte rifiutato, anche per telefono. È questo il succo di una canzone incisa quasi a tempo scaduto – dati i termini perentori per la pubblicazione del nuovo 33 giri – in una seduta fiume iniziata alle 18 dell’11 novembre e che terminò alle 7 del mattino successivo. Il pezzo venne registrato su due nastri con profusione di cori di George e John che affiancano la linea vocale di Paul e che si sfumeranno nella dissolvenza del finale. McCartney si ispirò al suono Motown del bassista James Jameson.

Nowhere Man

Il brano costituiva il primo tentativo del gruppo di cimentarsi con una canzone che non parlasse d’amore. Fu John a infrangere gli schemi, misurandosi con la propria condizione emotiva ed esistenziale. Nascosto dietro la terza persona, scrisse di getto – dopo ore di frustrante improduttività – un testo che dà conto del malessere e dello scoramento per la propria vita, per la perdita d’identità causata dall’uso delle droghe, per la condizione insoddisfacente dell’unione coniugale con la moglie Cynthia, e per il fatto che in taluni casi aveva difficoltà a comporre. McCartney, che era andato a trovare Lennon il giorno successivo alla stesura di Nowhere Man, racconta: «Quando arrivai il giorno dopo, [Lennon] sonnecchiava sul divano, molto annebbiato. Era davvero una canzone contro John, scritta da John. Me lo disse in seguito, non me lo disse allora, disse che l’aveva scritta su se stesso, sentendo che non stava andando da nessuna parte. […] La trattava come se fosse una canzone in terza persona, ma era abbastanza furbo da dire: “Non è un po’ come te e me?”. “Me” coma parola finale.» E conclude con un lusinghiero commento: «[Nowhere Man] è una delle migliori di John.».
La registrazione fu effettuata il 21 e il 22 ottobre e vide l’incisioni di parti vocali e strumentali fra le quali un brillante assolo della nuova chitarra Fender Stratocaster di George Harrison.

Think for Yourself

L’8 novembre, in prossimità del termine ultimo per la conclusione dell’album, i Beatles si riunirono nello Studio Due e lì, fra le chiacchiere e i messaggi natalizi, ebbero modo di registrare quella che si chiamava ancora Won’t Be There with You, titolo provvisorio di un rimprovero stizzito a una donna colpevolmente bugiarda e che perciò merita di essere abbandonata a se stessa dal partner. Il contributo di George Harrison al disco era musicalmente condito dalle voci, dalle chitarre e da due linee di basso, quello normale e quello fuzz.

The Word

Prima canzone dei Beatles a rifarsi alla filosofia hippie (”The Word: Love” – “La Parola: Amore”), The Word è in questo senso l’antesignana della più matura All You Need Is Love che sarebbe stata registrata nell’estate del 1967. Ma la composizione ha anche riferimenti a esperienze psichedeliche. Il coautore Paul ricorda che lui e John, leggermente intontiti dall’erba, terminarono la stesura del pezzo e poi tracciarono dei disegni vivaci e fantasiosi con le matite colorate. Lennon fu ancora più esplicito, dichiarando in un’intervista che il testo richiamava lo stato percettivo di chi fa uso di droghe, e affermando testualmente: «È il periodo della marijuana, con tutta quella storia della pace e dell’amore. La parola è amore, giusto?».

Musicalmente si tratta di una struttura blueseggiante che vede fra gli altri aspetti melodici l’introduzione pianistica di Paul, la linea vocale principale di John e l’apporto dell’armonium di George Martin che nella parte finale viene sfumato con eccessiva fretta.

Michelle

A corto di materiale per l’album, John suggerì a Paul di rispolverare una melodia che McCartney aveva composto quando era ancora studente al Liverpool Institute e che l’autore canticchiava nel clima bohémien delle serate esistenzialiste organizzate a quel tempo dal professor Mitchell. Per richiamare quelle atmosfere, Paul chiese aiuto a Janet Vaughan, insegnante di francese e moglie del suo vecchio amico Ivan Vaughan, colui che lo aveva presentato a John nel luglio del 1957 e con cui Paul era rimasto in contatto. Janet fornì il nome, la rima e il celebre verso «Sont les mots qui vont très bien ensemble» (così come Paul le aveva richiesto di tradurre «These are words that go together well»). Anche Lennon contribuì al testo proponendo la frase «I love you, I love you, I love you» tratta dalla versione di Nina Simone di I Put a Spell on You, brano composto da Screamin’ Jay Hawkins. La tecnica finger-picking si richiama a Trambone di Chet Atkins.
La ballata venne incisa il 3 novembre e non fu più ritoccata. I nastri e le informazioni dell’archivio EMI non permettono di capire se i cori vennero eseguiti da John e George oppure se Michelle fu, in tutte le sue parti registrate, opera esclusiva del suo autore che ne esalta la semplicità e i tempi ridotti di registrazione. Michelle fu il maggiore successo radiofonico fra i pezzi di Rubber Soul, e nel 1981 si contavano già 201 cover del brano, secondo solo a Yesterday.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...